
Acerca de yo... ¡la autora!
- Mayü
- Roma, Lazio, Italy
- soy humana...tuve alguna vez 18 años...mis papás todavía están casados...odio el color rosa, pero lo uso cuando estoy triste...estoy de acuerdo al 100% con Gorgias, la palabra bien usada tiene el mismo poder de seducción que la belleza, la fuerza y el mismo amor, y sé también que estoy muy lejos de tener ese poder... Dedico este blog a las personas que aunque lejos, están siempre. Gracias por el apoyo a distancia.
giovedì 15 aprile 2010
Falling down

Perfetto, allora ci vediamo domani verso le dieci.
-Certo, arriva puntualmente per favore.
-Io sono sempre puntualissimo!- disse, con il suo tono sarcastico. La puntualità non compariva nell' elenco delle sue virtù.
E quelle furono le ultime parole che scambiò con Isabella, la sua compagna di facoltà.
Gli piaceva Isabella, ma non tanto da dargli importanza, cioè, gli piaceva ma non tanto da perderci la testa. Comunque in quel momento, quando si trovava ancora nelle scale del palazzo della sua compagna, ciò che desiderava più di qualsiasi altra cosa era rivederla.
Quanto tempo era passato? Non portava mai con sé un orologio, pensava che se se ne fosse comprato uno e avesse cominciato a usarlo, avrebbe finito per diventare il suo schiavo per tutta la vita. Schiavo di quella metafora ba che è il tempo. Un altro nome inventato dall’uomo per nominare quelle cose astratte che non riesce a capire, ma chissà perché gli ci si mette un nome, anche se del tempo non capisce un accidente. Stava pensando troppo, forse provava a distrarsi. ‘Forse’ era la sua parola preferita, e se non lo era, l’usava spesso. Usare ‘forse’ era più facile che dire ‘sicuramente’,’assolutamente’, non gli piaceva l’idea di essere tassativo, di far sentire sicuri i suoi interlocutori con così insignificanti avverbi… La vita non è un avverbio e rapidamente fa capire che un ‘forse’ è sempre molto più appropriato… Pensava troppo.
Il tempo… Il sonno cominciava a farsi sentire e quello significava che era più o meno mezzanotte e che erano passate cinque ore circa dal momento in cui aveva salutato Isabella. Ma non si trattava di una conclusione certa al cento per cento, dopo aver passato tutto quel tempo in uno stato così ansioso, correndo per le scale, per andare giù, per andare su, bussando le porte degli altri appartamenti del palazzo, il sonno poteva essere risultato del suo stress.
Scendeva. Era da ore che scendeva.E scendeva ancora, e vedeva le stesse porte anonime come coperchi di barattoli vuoti. Era da ore che i suoi tentativi di bussare alle porte erano cessati. L’aveva fatto mille o più volte ancora, ma nessuno rispondeva.La luce del edificio era esigua, costantemente, eternamente, disgustosamente calante. Non aveva freddo, neanche caldo. Aveva solo fame, e si pentiva di non aver accettato l’ invito di Isabella. Scendeva ancora. Prima o poi si sarebbe fermata quella successione di gradini.
Le ore passavano, cosa aspettava?-Isabeeellaaa! Isabeeellaaaaa! – gridò il suo nome parecchie volte quando era già arrivato alla stanchezza mentale. Non succedeva niente, né Isabella né nessun altro si faceva vivo. Tutti erano spariti. E gli avevano lasciato soltanto quei gradini.Quanti giorni si può essere sommersi nella più profonda manifestazione della perplessità, dell’incongruo? Se lo domandava tra pensieri, cantare a squarciagola per sentirsi meno solo non aiutava più. Non funzionava. Non serviva a niente parlare, urlare, cantare o tossire. Tutto era svanito, e rimaneva solo quel tunel di porte e cemento.
Funzionerebbe un orologio? Se ce l’avesse? Era meglio senza. Altrimenti sarebbe impazzito. Non sopportava più quella situazione.
L’aveva visto poco dopo che se ne fosse accorto del labirinto in cui era capitato, dopo aver salutato Isabella. Ma non era una possibilità da avere in conto in quel momento. Manteneva la speranza che prima o poi se avesse continuato a scendere, o se Dio si fosse ricordato che esisteva quel pezzo di mondo con lo spazio-tempo sconvolto, sarebbe giunto alla porta dell' edificio per fuggire. Avrebbe chiamato Isabella per dirle che tra loro due non avrebbe mai funzionato. E non l' avrebbe mai più vista. Mentre rifletteva le ore passavano e continuava a scendere senza andar giù.
Quindi si sedette e pensò che doveva farlo.
Aprì la finestra del settimo piano, piccola e poco accessibile, però grazie alla sua altezza riuscì senza grandi problemi ad arrivarci.Fuori tutto era normale. Le macchine si muovevanosenza molta grazia e le persone camminavano. Diede un occhiata alle scale e alla luce fioca che le illuminava. Non l'avrebbe fatto di nuovo.
Si lanciò dalla finestra. Cadde. Continuò a cadere. Continuava a precipitare nell' aria, con gli occhi chiusi. E ora piange. Perchè continua a cadere, e cade e cade. E continuo a cadere.
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